Namibia

Namibia? Per arrampicare? Per stare bene? Per vivere l’Africa senza la maggior parte dei problemi dell’Africa? 

Andrea a Koiimasis

A tutte queste domande una sola risposta: “alla grande!” La Namibia, infatti, è la seconda nazione sovrana mondiale, dopo la Mongolia, con la più bassa densità di popolazione per chilometro quadro, solo 2,5 persone. Incredibilmente buono per gli avventurieri agorafobici verticali. Merito dei deserti del Kalahari e del Namib: il primo è piatto e noiosissimo; il secondo è pieno di granito scalabile. Si arrampica in una sola stagione, il loro inverno, che corrisponde alla nostra estate. Durante l’inverno non c’è mai una nuvola in cielo, quindi, se state un mese, scalate per un mese intero. Ma noi, che ci siamo stati per una quindicina di giorni, vi assicuriamo che sarebbe un peccato mortale arrampicare e basta in un posto simile.

Ci sono troppe cose diverse e spettacolari da vedere e da fare. Noi siamo arrivati da sud, dal Sudafrica, da Rocklands, perchè costa sempre meno volare su Cape Town che direttamente su Windhoek, capitale namibiana. Man mano che si va verso nord il panorama diventa sempre più desertico, ma ci sono ancora tanti vigneti a lottarsi, grazie all’acqua, il terreno contro al deserto. A comandare la battaglia sono i bianchi, a combatterla sotto il sole sono i neri. Ad AussenKehr, poco dopo il confine, si capisce già tutto: nelle distese di capanne di paglia e lamiera, senza acqua luce e gas, vivono i neri che lavorano le vigne; nelle grandi case poderali, più lussuose delle tenute della Valpolicella, vivono i bianchi. E’ uno dei luoghi con la maggior forbice sociale di tutto il paese, più a nord va meglio, ma è un fatto che tutte le attività economiche, compreso il turismo, sono in mano ai bianchi, che a onor del vero fanno funzionare tutto anche meglio che in Europa e consentono di girare il paese alla grande e senza nessun rischio. Ad Aussenkehr c’è anche la prima parete scalabile della Namibia, dentro a un canyon scavato nel deserto, un buon assaggio di sport climbing su pareti verticali di ottima qualità, con difficoltà fino al 7b. Poi è imperativo andare a Luderitz.

Andrea su un 6c+ allo Spitzkoppe

Nome tedesco perchè la Namibia è stata colonia dei tedeschi, mica scemi: la costa sud ovest era ed è piena di diamanti, al punto che tutt’ora è vietato l’ingresso a una fetta di stato grande come l’Emilia, completamente in mano alle grandi compagnie in combutta con lo stato. A Luderitz chi non estrae diamanti spala la sabbia, che il vento dell’Oceano porta ovunque e che le ruspe spostano h/24. Spettrali i laboratori di taglio diamantifero dell’800 invasi dalla sabbia e ora trasformati in museo, da visitare assolutamente.

Annalisa in trad action, Spitzkoppe

Koiimasis

C’è pieno di alberghi e di posti dove si mangia bene, ottimi per vivere la civiltà prima di partire per Koiimasis, tappa indimenticabile di una scalata namibiana. Koiimasis è una oasi di decine di chilometri quadrati nel mezzo del deserto del Namib, tre ore di sterrate non sempre decenti che noi abbiamo percorso con una normale e indistruttibile Toyota Corolla; un 4×4 sarebbe stato comunque meglio. Dalla strada sterrata principale, larga i soliti otto metri, ne parte una di tre metri scarsi di sabbia rossa, da percorrere veloci per non piantarvi con poche chance di soccorso in mezzo al nulla.

Andrea a Koiimasis

Dopo venti chilometri si arriva al ranch, in mezzo a truppe di struzzi e di orici. Per fare ancora la bella vita bisogna prenotare per tempo al resort, ma ci vuole un centone a testa a notte; tutti gli altri, noi compresi, vanno in tenda nelle apposite enormi piazzole, ognuna dotata di braai dove cucinare i filetti di orice (mezza mucca e mezzo cavallo) che Thomas Izko, rancher di professione e di aspetto, vi venderà direttamente sul posto insieme alla legna. Legna che non abbonda nè qui nè altrove, in un paesaggio lunare che in pieno inverno restituisce una temperatura notturna di 10° e diurna appena sotto ai 30°, rendendo problematico scalare al sole. A Koiimasis si scala essenzialmente trad. Un binocolo aiuta a individuare le soste piazzate da noi e dai tedeschi che ci hanno preceduto, ma le possibilità di aprire altre linee sono notevoli e ben accette da parte della proprietà, la cui principale attività è guidare gli ospiti in infiniti giri a cavallo per l’ enorme latifondo. La roccia è granito, le fessure sono bombproof, il rumore è zero, la sensazione di scalare in un pianeta diverso dalla terra è molto forte, il primo ospedale è lontanissimo. Se vi piace il trad prevedete una permanenza di diversi giorni, sarà una delle esperienze indimenticabili di una intera carriera. 

Seba a Koiimasis

Le Tiras Mountains, dove si trova Koiimasis, sono nella parte meridionale del deserto del Namib; logico puntare la Corolla verso nord, dove si troveranno le prossime rocce, ma non mancando per nessun motivo al mondo l’area che sta proprio a metà strada : Sossusvlei.

Le dune di sabbia più fotografate al mondo? Senza dubbio uno spettacolo della natura e un’occasione per chi vuole allenarsi alla corsa in salita su terreni impossibili, lungo creste altissime di sabbia da cui poi ci si getta a capofitto verso le valli dove si trovano gli alberi morti, che rendono ancora più surreale il paesaggio bicolore rosso e bianco.

Anche se l’area è la più turistica della nazione, è talmente grande che ci si disperde in un attimo e anzi è affascinante seguire le sparute carovane di puntini che faticosamente risalgono le dune più vicine al parcheggio. Da qui al prossimo centro civilizzato passano centocinquanta chilometri di sterrato, senza possibilità di fermarsi, ristorarsi, fare benzina o dormire se non buttando la tenda in mezzo al deserto.

Solitaire, di nome e di fatto, è l’ultimo insediamento umano prima del nulla. Approfittatene almeno per fare benzina; l’ultima cosa da fare in Namibia è restare in panne nel deserto… Quindi programmate bene gli spostamenti, perchè anche guidare di notte in Namibia non è geniale, nè nel deserto nè sulle strade asfaltate dove i locals non sanno gestire i fari e tengono spesso gli abbaglianti a manetta sempre e comunque. Inoltre, dove ci sono animali, di notte c’è abbondanza di facoceri (tipo piccoli cinghiali) che amano brucare a bordo strada, e ogni tanto attraversano…

Arriverete quindi a Walvis Bay viaggiando su un letto di sabbia bianca schiacciata, una sensazione di guida da provare almeno una volta nella vita, come fluttuare sulle gomme fin dentro l’unica roccaforte inglese in mezzo agli insediamenti coloniali tedeschi. Di nuovo sull’oceano, che qui è sempre arrabbiato e accompagnato da venti molto forti, che letteramente schiacciano la cittadina tra la sabbia e l’acqua. Posto magnifico, Walvis Bay. Case da soldoni, ristoranti sul mare con pesce fresco, anche da qui dispiace andarsene, passando per Swakopmund, seconda città della Namibia, quindici gradi costanti e cielo brumoso in inverno, anche lei schiacciata tra sabbia e oceano.

Da qui allo Spitzkoppe, il massiccio granitico più famoso del paese, sono solo 150km per lo più asfaltati e sempre più nuovamente immersi nel deserto, anche se si tratta di un deserto meno aggressivo, più ricco di oasi e quindi punteggiato da piccoli villaggi che rendono il lifestyle più “nostrano”: ci sono B&B e persino locali dove mangiare alla sera. E soprattutto, appunto, c’è lo Spitzkoppe, la montagna più scalata di Namibia, dove ti aspetteresti finalmente di vedere altri climbers; ma ad eccezione di due boulderisti svizzeri di passaggio per un’oretta, ancora una volta nessuno per giorni e giorni, anche se saremmo in piena stagione scalatoria.

Lo Spitzkoppe

Lo Spitkzoppe è parco nazionale e si paga un biglietto d’ingresso. Appena fuori dall’area ci sono baracche di neri che sopravvivono vendendo qualche gadget africano. Se volete pernottare all’interno del parco vi verrà assegnata una piazzola a pagamento; spendendo invece una cinquantina di euro a notte vi consigliamo uno dei suggestivi appartamenti dell’Okambishi Rest a Usakos, il villaggio più vicino allo Spitzkoppe. Qui una signora tedesca vive insieme al suo giaguaro da compagnia (libero di girare ma non fino alle camere) e offre una esperienza di pernottamento occidentale ma circondata di vita africana, compresi enormi ragni che consigliano di chiudere bene la casa ogni volta che si entra e si esce.

Lo Spitzkoppe è un paradiso per tutti: alpinisti, climbers e boulderisti, dovete solo scegliere cosa volete fare. E si presta anche a nuove aperture su un granito sempre sanissimo. Noi abbiamo voluto lasciare il nostro segno aprendo “Mama Dodori”, quattro tiri da 70 metri (!) ciascuno, di aderenza e precisione sulla parete del Sugarloaf, proprio di fronte allo Spitz. Due fix circa a tiro, vietato cadere per la maggior parte del tempo che si sta in parete. E abbiamo fatto della gloriosa sportiva, tutt’altro che soft, sui massi alti fino a 25 metri, tra cui spicca il Dinosaur Rock, dove hanno lasciato la loro firma nomi prestigiosi come quelli di Kurt Albert ed Helmut Gargitter. 

Per arrivare sulla cima dello Spitzkoppe e godersi lo stesso panorama che si solito si gode da un aereo si possono invece scegliere tanti percorsi quante sono le capacità della cordata: dal semi-scramble possibile con le scarpe da avvicinamento alla sfida impegnativa da concludersi in giornata di “Nothing in moderation”, che è stata recentemente liberata in modo integrale nientepopodimeno che da sua maestà Alex Honnold. Poi ci sono i Pontoks, in fila come soldatini. Più bassi dello Spitz, rappresentano una più abbordabile alternativa per le scalate in giornata; anche ricordando che nella stagione invernale alle 18.30 è buio. 

Fino a non molto tempo fa lo Spitzkoppe non era l’unica zona “frequentata” dell’area di Usakos e Karibib. Si scalava anche all’Ameib Ranch, altro splendido posto pieno di granito sanissimo. Avevamo dedicato anche un articolo della rivista a quelle pareti. Recentemente la proprietà ha proibito la scalata, limitando l’accesso ai soli turisti “normali”. E poi c’è il Mount Brandberg, ancora più imponente e clamoroso dello Spitz. Ci sono un paio di vie molto avventurose, ma per accedere all’area sono necessari soldi e permessi speciali che forse non valgono lo sbattimento se è il vostro primo viaggio nella nazione.

Etosha 

Meglio prendersi una pausa dalla scalata, guidare tre ore verso nord e andare a visitare Etosha, 30.000 chilometri quadrati di natura allo stato puro, popolati da ogni tipo di animale si possa sognare di incontrare in Africa. Etosha è percorsa da una rete di 3500km di strade sempre sterrate, ma percorribili anche senza 4×4. Avere un’auto e non uscirne se non in punti ben aperti è importante per non entrare a far parte dell’ecosistema e della statistica dei coglioni sbranati nei parchi per un selfie. Si fanno avvistamenti facili e avvistamenti difficili; ti aspetti i leoni acquattati dietro i cespugli, perdi la vista a cercarli e poi li trovi polleggiati sull’unico manufatto del parco, un muretto a secco vicino a una pozza. Elefanti, rinoceronti, iene, giraffe come se piovesse. Noi abbiamo percorso il parco in lungo un giorno (distanza come da Milano a Bologna) e in largo il successivo, senza mai stancarci e passando per l’Etosha Pan, il grande lago asciutto e salato che costituisce buna parte dell’area. Nel pan non ci sono animali pericolosi e camminarci, senza un rumore e col cielo sempre dello stesso colore del suolo, è una esperienza mistica di totale perdita dell’orientamento, indimenticabile. Poi, che dobbiate tornare da Windhoek o dal Sudafrica, da Etosha dovrete comunque dirigervi a sud; Ottima occasione per scalare di nuovo e ritentare i progetti lasciati allo Spitzkoppe oppure fare come noi: tentare una zona nuova, che per noi era nuovissima, nel senso che avevamo quattro righe di informazioni trovate su internet da un sito tedesco. Che dicevano che, Insomma, si scalerebbe a Omandumba. Ancora in mezzo al deserto.

Omandumba 

Omandumba è come Koiimasis, un enorme ranch di proprietà di una signora dedita all’arte e al mobilio antico; perchè a tutto il resto ci pensano i neri che lavorano per lei. Intorno alla sua grande magione ha fatto ricavare alcuni bungalows per i turisti ed eventualmente tante piazzole per le tende disperse per il Ranch, grande come mezzo comune di Brescia. 

Omandumba è il futuro dell’arrampicata sportiva Namibiana.  Sassi e pareti alti trenta metri sono ovunque intorno alla pianura della proprietà. Le poche informazioni in nostro possesso non ci consentirebbero di individuare le vie esistenti, se non fosse la padrona di casa a dirci dove dobbiamo andare.  E così scopriamo la Schattenwand, un muro verticale di granito perfetto, esposto a nord pieno, popolato da enormi lucertoloni bicolori che da soli varrebbero la visita. Dopo aver scalato la prima via accade l’incredibile: arrivano tre persone ad arrampicare. Siamo emozionati: dopo dieci giorni di solitudine assoluta ci eravamo ormai convinti che tutti i fix e il raro magnesio fossero opera di fantasmi. 

Ma l’arcano è presto svelato: si tratta del figlio del proprietario di tutta Omandumba che, affascinato dai tedeschi che erano arrivati a chiodare le sue rocce, si è messo a scalare pure lui; e ha portato due amiche arrivate da Windhoek. Il ragazzo si muove sui 6b e si emoziona a vederci passare sulle vie più difficili della parete, un paio di 7a. Allora gli chiedo se gli scoccia se chiodiamo una placca ancora più liscia in centro parete; in fondo è casa sua, è tutto granito di famiglia… Entusiasta mi dà il permesso e così nasce “Parmigiano style”, un bel 7c di graspole e tacchette su un bel granito quasi nero. Christian Rust, questo il nome del ragazzo, mi spiega che ormai ci sono quattro settori a Omandumba, con vie fino all’8a+ e che sarebbe contento di farceli vedere. Ma il sole, grosso come sa essere in Africa, sta ormai tramontando ed era il nostro ultimo giorno di scalata Namibiana; il giorno dopo un minuscolo volo interno da Windhoek a Caper Town ci avrebbe riportato alla civiltà. Torneremo? Dici sempre “sicuro!”, ma non sei sempre così sicuro, perchè il mondo verticale è così grande e diverso che vorresti toccarlo tutto. Quel che è sicuro è che Omandumba e Koiimasis, dovessimo riuscire a tornare, diventerebbero stavolta il nostro obbiettivo principale.