Israele

Nessuno che visiti Israele potrà mai pensare di affrontare un luogo facile, gente facile e, meno che meno, un periodo facile, perché in Israele periodo facile è sinonimo di tregua, non di pace duratura e ancora meno di tranquillità. Quindi ci sono migliaia di posti dove andare ad arrampicare che presentano meno problemi di simpatia, accesso, regole da seguire. 

Scalare in Israele significa quindi accettare una serie di inconvenienti che normalmente non incontrereste a Kalymnos o comunque quando decidete di andare in vacanza a divertirvi. Per farvi un esempio, neanche Adam Ondra, che ha visitato la zona un mese prima di noi, è stato risparmiato dalle critiche per aver scalato insieme agli israeliani e per essere passato dai sentieri di accesso negati ai palestinesi. Miranda Oakley, forte climber americana di origini palestinesi, gli ha tolto la pelle su Rock and Ice per questo, con un articolo che lì per lì mi era sembrato un po’ “isterico”, ma che una volta sul posto abbiamo rivalutato, al di là delle critiche personali ad Adam, quest ultime un po’ campate in aria.  Questo per farvi capire l’atmosfera. Non abbiamo mai fatto nè faremo politica sulla rivista, ma in questo caso va considerato che andrete ad arrampicare nel mezzo di una piccola nazione occidentale e religiosamente molto inquadrata che hanno voluto incastonare nel centro del mondo arabo, altrettanto religiosamente inquadrato, ma in senso opposto. 

Il livello di paranoia degli israeliani è altissimo, il livello di povertà e di frustrazione da parte dei palestinesi è alto uguale. sappiatelo. Ognuno ha le sue rivendicazioni e i suoi diritti spesso negati, ma è un dato di fatto che per andare a scalare a Ein Prat ,la più bella falesia di Israele, si passa da un insediamento israeliano nel cuore del territorio palestinese, si attraversa un checkpoint armato invalicabile per i palestinesi, si parcheggia e in 5′ si arriva alle prime vie. I climbers palestinesi, per arrivare nello stesso posto, devono camminare quasi un’ora scavalcando recinzioni, aggirando luoghi vietati eccetera eccetera. Quindi, Alla fine ne vale la pena? Anticipiamo la fine dell’articolo diciamo assolutamente di sì :ne vale la pena. Visitare e scalare in Israele è un imperdibile tuffo nella storia passata e nella storia contemporanea, è un angolo di mondo che fa capire tante cose sulle religioni e sul razzismo e, infine, è un’ottima destinazione invernale; che vi permetterà di scalare al sole in maglietta a 20° in gennaio quando a casa vostra si congela. 

Raggiungere Israele non è mai stato troppo complicato attraverso i voli di linea da Milano a Roma. Da qualche tempo è diventato ancora più semplice perchè Ryanair ha incluso Israele tra le destinazioni raggiungibili con voli diretti a prezzi abbordabili. Noi abbiamo approfittato di una tariffa davvero conveniente per un volo da Bergamo a Eilat, località di cui non sapevamo nulla tranne il suo trovarsi nel culmine del triangolo che delimita Israele a sud, schiacciato tra l’Egitto e Giordania. Prima di partire abbiamo acquistato on-line la recente guida della nazione, farcita di falesie in cui è parzialmente o totalmente vietato scalare, tanto per cominciare una corsa a ostacoli…

Timna Park

Vicino all’aeroporto di Eilat, e unica in tutto il sud del paese, c’è la zona di Timna, arenaria rossa in pieno deserto del Sinai, quasi dirimpettaia della ben nota zona giordana di Wadi Rum. Timna doveva essere una destinazione dove passare una giornata di transizione prima di salire verso nord e si è rivelata invece una vera sorpresa: a dispetto delle poche vie presenti, abbiamo constatato che si possono passare davvero diversi giorni in un ambiente surreale, scalando al sole, su roccia memorabile e in pieno deserto. La zona è quella dei pilastri di Salomone, che di notte vengono illuminati per la gioia dei turisti stanchi di fare il bagno in pieno inverno a Eilat. Sia le vie che il bouldering sono di altissimo livello, opere di Ofer Butrich, uno dei migliori climber israeliani e organizzatore della visita di Ondra nel paese. A Timna si scala solo tre mesi, da Dicembre a Febbraio, perchè per il resto dell’anno il deserto è cotto dal sole a oltre 40°. E’ parco nazionale e si paga un ingresso settimanale ragionevole, che consente di visitare le miniere dove gli antichi egizi ricavavano il rame e nel quale hanno lasciato preziose incisioni nella pietra.  A Timna si scala solo sulle vie già chiodate, sulle quali i rangers tollerano i climbers. E’ vietatissimo aprirne altre, ma se non fate più dell’8a troverete un project sul quale scornarvi per qualche giorno senza problemi. Anche se è possibile campeggiare nelle strutture stabilite dal parco noi vi consigliamo di fare i 20′ d’auto avanti e indietro da Eilat, perchè le notti invernali sono lunghe ed è da sfigati stare al buio nel deserto mentre in città c’è una discreta vita, specie nel periodo intorno al 31 dicembre. Eilat di per sè è bruttina e le cose da vedere sono soprattutto sott’acqua, delfini e pesci tropicali, ma la notte si accende di vita ed è possibile fare anche molto tardi in modo piuttosto mondano. Il livello di simpatia dei locals è basso, ma un po’ migliore rispetto a quanto abbiamo ravvisato più a nord. Il posto migliore per il post climbing? Per noi che andavamo a letto presto è stato il ristorante abissino dove si mangia con le mani (vedi apposita sezione).

Uno dei 7b di Timna Park

Eilat è anche vicina alla famosissima Petra, in Giordania, e ci sono agenzie che si occupano di portarvici in giornata, cosa impossibile da organizzare da soli per problemi di visti e attriti tra israeliani e giordani. A questo proposito non temiate di venire in Israele e precludervi, a causa del visto, l’ingresso in altri paesi musulmani. Il passaporto non viene timbrato, ma vi verrà rilasciato un foglietto con foto (da non perdere!) da consegnare prima del volo di ritorno.

Da Timna alla successiva falesia interessante sono tre ore d’auto circa, perchè si tratta di arrivare a Gerusalemme, peraltro irrinunciabile, perchè non avrebbe senso visitare Israele saltando la capitale.

Gerusalemme al tramonto

In mezzo al viaggio la guida mette un’altra parete, anche questa in pieno deserto; si chiama Arava e le abbiamo dato una occhiata senza far scendere la corda dalla macchina. L’area, vicina a un acquedotto strategico, era stata completamente minata durante la guerra dei sei giorni e ci sono zone recintate ancora piene di mine; meglio proseguire oltre e arrivare a Gerusalemme, al massimo facendo tappa sul Mar Morto, il salatissimo lago dove si galleggia anche senza un corso di nuoto. La zona è sempre desertica e desolata, ma ci sono un paio di agglomerati di grandi alberghi dove l’acqua, visto che il Mar Morto si ritrae a gran velocità ed è destinato a scomparire, viene mantenuta a livello artificialmente. Un bagnetto nel Mar Morto è una esperienza che ti lascia come una statua di sale bollente una volta emerso. Da fare.

Ein Prat (En Fara)

Gerusalemme è una città clamorosa. Tipo Roma, Parigi, New York, anche se in un modo completamente diverso. Anche guidare a Gerusalemme è clamoroso, passi vite in coda in un concerto di clacson e hai tutto il tempo di goderti il brulicare di vite così diverse, dai disperati che vivono in baracche nelle periferie desertriche ai paperoni col suv, passando per le discariche a cielo aperto sotto ai palazzi a dodici piani della west bank, dove è normale lanciare dalla finestra i rifiuti di casa. Poi c’è il turismo religioso e parareligioso, che affolla ogni chiesa, ogni presunto luogo santo, fino al mix pazzesco del muro del pianto dove la confusione tra religione, superstizione e soldi raggiunge forse il record mondiale. Un tizio in abiti superortodossi ci ferma per strada, ci chiede i nostri nomi e si mette a pregare. A fine litania ci chiede i soldi per la preghiera. Credo che abbia compreso l’emiliano “mavacagher” visto che se na va via scocciato, ma questo è il clima. Ci sono gruppi di giovani soldati con armi da guerra, piazzati dietro transenne metalliche ogni tre isolati  Si annoiano a morte e respingono i turisti dalla zona musulmana negli orari (variabili) in cui certe aree sono chiuse ai non musulmani. Il mercato è bellissimo e tutto è tranquillo, ma si percepisce l’anomalia di fondo e resta sempre la sensazione che ci sia una certa connessione tra tranquillità e armi.

Comunque sia, Ein Prat (o En Fara in palestinese) è quasi in città e si raggiunge, traffico permettendo, in una ventina di minuti dalla zona delle moschee. 

E’ a detta di tutti la miglior zona d’Israele per scalare. Si trova sotto l’insediamento di Anatot, cioè sotto un agglomerato di case costruite apposta da Israele per rompere i coglioni ai palestinesi, guadagnando terreno nel loro territorio. Infatti all’ingresso di Anatot c’è una guardiola con un signore con mitraglietta. Gli piacerete: avete targa israeliana e faccia da occidentali, potrete passare. Ai climbers palestinesi questo accesso è invece precluso, ecco perchè Ondra è stato criticato. Si scende rapidamente in auto a un altra guardiola e le armi stavolta sono nascoste: si paga l’ingresso al parco e si deve pergiurare di lasciare l’area entro l’orario stagionale, che in inverno sono le 16, quindi prima del tramonto.

Giù ancora in macchina fino all’imbocco del canyon, dove ci sono il parcheggio e altri rangers abbastanza amici dei climber locali.

Il canyon (largo) di Ein Prat è bellissimo. Potrebbe essere tranquillamente una delle mega zone spagnole da pellegrinaggio verticale e probabilmente un giorno lo diventerà, quando la attivissima comunità di climbers locali riuscirà a rendere frequentabili e chiodabili tutti i settori della grande valle. Le autorità israeliane, così concentrate e poco rilassate su mille fronti, sono storicamente poco rilassate anche nei confronti dell’arrampicata e, in seguito a qualche soccorso complicato di gente infortunata in parete (succede ovunque)  ha spesso chiuso le aree tout court, tacciando il climbing come pericoloso, come è successo a Gita, l’altra grande area chiodata d’Israele, che forse vedrà la riapertura nel 2019. 

A Ein Prat, quindi, si scala ma non dappertutto. Le zone chiuse sono chiaramente indicate da cartelli e comunque ci sono i rangers a farsi rispettare, eventualmente, dai trasgressori.

Di vie aperte ce n’è comunque una cifra che basta per una vacanza di almeno una settimana anche se scalate forte sull’8b. Infatti  gli israeliani si tengono. Butrich e Khazanov (world cup winner) sono solo le punte di diamante di un movimento numeroso e motivato che, avendo pochi posti in cui esercitare outdoor la passione verticale, tende a incaponirsi sui tiri con intensità giapponese. Provano e riprovano i singoli con accuratezza maniacale e quindi è normale assistere ad assedi da parte di gente ancora lontanissima dal giorno della rotpunkt. C’è però molta educazione a riguardo del lasciare le linee libere quando non in uso. Scalano quasi esclusivamente dal basso e, tra un giro e l’altro, levano la loro corda.

Ci sono altre aree aperte alla scalata nel nord del paese, compresa la supegrotta di Buetrich dove Ondra ha performato. Non ha senso andarci se non masticate almeno l’8b, infatti noi non ci siamo andati, preferendo arrampicare un’altra volta a Timna prima di prendere l’aereo di ritorno.

Insomma Israele. Ne vale la pena?

Assolutamente sì. Sia dal punto di vista umano che dal punto di vista scalatorio. La vita è caruccia, loro sono complessivamente meno simpatici dei francesi, il turista è generalmente rispettato ma non certo vezzeggiato, la lingua inglese è paradossalmente meno utile della lingua russa, i cartelli sono ovunque bilingui (ebraico e inglese) e qualche volta anche in arabo. Un buon navigatore (basta google maps) è necessario solo per guidare a Gerusalemme, dove è facile fr confusione tra i vari colli su cui è adagiata. Non tenete soldi in vista e conservate i passaporti e il famoso foglietto con grande cura.