Pareti Climbing Magazine

Pareti Climbing Magazine (versione cartacea)  è nata nel 1996, la più longeva avventura editoriale verticale d’Italia;  anche se ad oggi abbiamo superato le 130 primavere, forse il miglior modo di rappresentarla è, ancora oggi, riprendere quanto scritto in occasione della stampa del numero 100, che copiamo qui sotto:

Nel 1995 pesavo 58 chili contro i 71 attuali. Mi allenavo 3/4 ore al giorno, mangiavo uno yogurt alla mattina, due buste di Friliver a mezzogiorno, una bistecca di tacchino, un mestolo di insalata e un gelato alla sera. Questo tutti i giorni, salvo i weekend, quando mi concedevo una busta di girelle di liquerizia Haribo. Il tutto innaffiato da sola Cocacola durante il giorno. Dieta fai da te. In un certo senso, direte voi, chissenefrega. In un altro senso, però, aiuta a capire come è nata la rivista, 19 anni e 100 numeri fa. Aiuta a capire il panico e il senso di sacrificio che provai a Villa Màrgola, a Melegnano, quando l’ingioiellata moglie del nostro primo sponsor, padrone della ditta Mello’s, mi pose davanti il mio primo e ultimo Bloody Mary, alle quattro del pomeriggio.  Senza chiedere se magari avessi gradito qualsiasi altra cosa. Butta giù Gennari, a piccoli sorsi, così magari non glielo vomiti sul tappeto di visone del Caucaso. Quasi un bicchiere da birra di succo di pomodoro e vodka calati su un fondo dove c’è solo Friliver. Spreco un figa.

Su mio suggerimento troviamo l’editore, Amighetti Piero da Sala Baganza Parmense, che manda in edicola la Rivista del Trekking. Di arrampicata e alpinismo al caro Piero importa assai poco. Gli interessa invece fare il mazzo alla Rivista della Montagna, che da tempo ha invaso il campo dell’escursionismo dove bruca lui. Avremmo fatto un numero zero, quello nella foto a sinistra, che poi è il numero 1, visto che non ci siamo più fermati. L’avremmo proposto alle aziende e gratuitamente ai potenziali lettori e ai negozi contenuti nel floppy disk fotografato più sotto. Per i nati negli anni ‘90: un floppy disk è una chiavetta da giovane.

Ora servono gli sponsors e i lettori. Luca Maspes, che con me, Righetti e Giordani condivide quella fase embrionale del magazine, conosce bene il Màrgola. Io non gli vomito in casa e lui mette lì i primi soldi da girare all’editore. Partenza.

Personaggio chiave di questa prima fase è il milanese doc Valerio Mantica. Milanese, non milanista. Se dici Milan sbaglia la rivista, scambia le pagine, ti mette le mani addosso. Valerio è il grafico dell’Inter, impagina la rivista di Moratti allo stesso modo in cui fa i primi nove numeri di Pareti: stampa e poi incolla il testo sul menabò, uno degli ultimi a rassegnarsi all’avvento di quelle diavolerie da tavolo che stanno invadendo il mondo, i computer. A Valerio si deve il marchio giallo pieno di Pareti, così come lo conoscete oggi e come rimarrà fino alla fine di questa nostra grande avventura editoriale. Valerio è stato portato via da un tumore molto presto, è andato a San Siro fino all’ultimo e ha dato un contributo d’immagine a Pareti che è stato importante per reggere l’urto di quel che successe dopo.

Da quattro a uno

Nel ‘97 facciamo solo quattro numeri all’anno di 72 pagine, solo in abbonamento postale. Impensabile guadagnarci qualcosa, soprattutto con un plotone d’esecuzione pronto a far fuoco: in prima linea Alp e la Rivista della Montagna. I torinesi, fino a poco tempo prima, si erano occupati di acque e santuari, con la nostra comparsa riscoprono l’amore per l’alpinismo (leggi paura di perdere le aziende tecniche del settore). Lavorare gratis non è una opzione, è una necessità se si vuole tenere al mondo il neonato magazine. 

Gli altri tre moschettieri, dopo una burrascosa riunione nell’ufficio di Amighetti, mollano il colpo, certi che il loro abbandono avrebbe ucciso la rivista.  I loro sponsor li seguono in questa scelta (con l’aspetto positivo di non rischiare altri bloody mary). 

Due di loro parteciperanno più tardi alla fondazione di Sualto, costola di Alp, destinata a diventare Fualto nel giro di pochi anni, ma questa è un’altra storia. 

Torniamo a noi, anzi a me, visto che resto solo a riempire tutte le pagine del numero 5, che avrebbe dovuto andare in stampa da lì a dieci giorni. Ho pronte le mie venti pagine di sportiva, non cinquanta di più.  La lucidità abita altrove: inondo Mantica del primo materiale che salta su dall’archivio di diapositive di sportiva; nei miei primi dieci anni di montagna, fatti soprattutto di vie nuove e di solitarie, non avevo quasi mai portato con me una macchina fotografica. Reflex, peraltro, perchè il digitale era di là da venire, le ultraleggere ancora di più.

Così, nel numero, finiscono un paio di falesie “segrete” come Noriglio e un nuovo settore di Ceredo. E così BUM! 

Per qualche mese gira un fax, nel triveneto, intitolato qualcosa tipo “boicotta la testa di cazzo!”. Per i più giovani: il fax era un sistema preistorico di trasmettere immagini da una utenza telefonica all’altra. Adesso sarebbe un Whatsapp o un post su FB, ma il senso è il medesimo. E la testa sono ovviamente io.

Da allora… basta falesie segrete sulla rivista, ma quel fax è una manna pubblicitaria. Molte aziende capiscono al volo qual è la rivista da spingere: quella che solleva più onde nello stagno.

Non è comunque un mistero, nè lo deve essere, che va riconosciuto alla famiglia Codega, proprietaria di Camp e Cassin, il merito di essere stata la prima azienda “indipendente” (quindi non legata a un redattore) a credere nella rivista, anche prima di quel fax; e l’unica superstite dopo l’abbandono dei tre moschettieri di cui sopra. 

Per un po’ mi aiuta la guida Alpina Francesco Tremolada, ottimo fotografo e attualmente uno dei più forti sciatori di ripido del paese. Con lui Pareti si avvicina per un certo periodo a Mnet-climb.com, all’epoca gestita da Francesco Piardi. Ci facciamo un po’ di pubblicità reciproca, prima che Mnet diventi PlanetMountain, per un periodo poi coposseduta (come nell’ “Esorcista”) da Vivalda Editore (Alp).

Stefano Moreno

In quel tormentato periodo, però, superman non sono io ma Stefano Moreno, di cui pochi di voi avranno sentito nominare. Stefano è un gran pescatore, si intende di barche e non di roccia, ma da quasi trent’anni è il miglior agente pubblicitario specializzato in outdoor in Italia e da diciotto vende la pubblicità di Pareti. Con passione e onestà, mettendo gli interessi delle aziende partner sullo stesso piano degli interessi della rivista, perchè questo è l’unico modo possibile per tenere insieme le cose e crescere insieme nel tempo.

Stefano cuba. Le aziende arrivano una dopo l’altra mentre crescono i lettori e gli abbonati. A Stefano mi piace accostare però un’altra figura chiave, che tornerà ancora in questo racconto: Sergio Scaccabarozzi, l’omologo di Stefano presso Alp e da noi soprannominato “Tantofalliscono”, in riferimento alla sua stima per il nostro lavoro. 

Io devo fare un monumento a quest’uomo, a Scaccabarozzi, che ho sempre considerato il mio dodicesimo uomo in Vivalda. 

Certe sue litigate con comuni clienti, che poi sono diventati clienti solo nostri, sono un cult che porto nel cuore. Quando Alp ha chiuso il mio senso di spiazzamento è stato profondo, proprio pensando a Sergio il cui involontario aiuto, francamente, oggi mi manca. 

Da Supplemento a SRL

Con la nostra storia siamo solo al numero 8-9, ma c’è movimento, un movimento che colgo solo in parte. L’editore Piero Amighetti inizia a dismettere la Rivista del Trekking e quindi Pareti, finora suo supplemento, deve diventare indipendente. 

La rivista sta già generando piccoli utili e, ci fossero ancora i tre moschettieri, qualche lira (eh sì, c’erano ancora le lire) si sarebbe divisa. Invece no. Piero, anzichè pagarmi uno stipendio, subordina la sopravvivenza della rivista alla creazione di una SRL, l’attuale Pareti e Montagne Edizioni, di cui dovrò comprare le quote, in parte col lavoro e in parte coi soldi. Insomma pago per lavorare e immaginare di guadagnare più avanti. La passione rende a volte pirla.

Coinvolgo in questa avventura quattro amici: Vittorio Cavalca, Lamberto Camurri, Luciano Terenziani ed Elena Pelizzari, che acquistarono quote minori. Ora posso dire di essere contento che il loro investimento sia andato a buon fine grazie al mio lavoro, ma, come dicevo prima, se avessi colto in pieno il senso della mossa di Piero Amighetti, non l’avrei fatto. Perchè non si fottono gli amici.

Piero non ha più l’ufficio a Milano e continuare con il grafico dell’Inter sarebbe stata una guerra nella guerra. Bisognava trovarne uno a Parma, e anche alla svelta. 

La mia filosofia è sempre stata la seguente: lavori per la rivista? Se possibile devi essere uno che scala. La penso ancora così, ma in quel caso pago lo scotto. Il fratello di uno degli istruttori della mia palestra scalicchia e pare sia un mago della grafica.

Non so se adesso faccia ancora l’istruttore di sub in Egitto, ma qualsiasi cosa gli riuscirà meglio di fare riviste. 

Il tipo sostiene che non fa differenza digitalizzare una diapositiva con un normale scanner piano piuttosto che con uno scanner a tamburo. Arabo, per me, all’epoca, quindi mi fido.

Così il numero d’esordio di Pareti e Montagne Edizioni, il 10, è uno scandalo, è un cesso. Anzi no: è talmente ridicolo che sembra fatto apposta per mostrare agli allievi di una scuola di grafica cosa succede se sbagli tutto: i caratteri e gli sfondi e soprattutto le foto. 

Ora il 10 facciamo finta che sia esaurito. Ancora oggi non riesco a guardarlo, perchè rappresenta una delle principali figure di merda della mia carriera editoriale.

Per fortuna ci ripigliamo alla svelta: Gabriele Bacchini, che mi aveva messo in guardia dall’avventurismo di questo sub “artista”, diventa il mio nuovo idolo. Gabriele, poco più che un ragazzo al tempo del primo numero, adesso è un padre di famiglia con discreta pancetta, e da vent’anni dice che forse comincerà a scalare. Sto ancora aspettando, ma intanto è da vent’anni l’angelo custode di Pareti. E’ il responsabile dell’ufficio grafico di Stamperia Scrl di Parma, una delle più importanti tipografie italiane (per capirci il n°99 ha tardato qualche giorno perchè stavano stampando i cataloghi di Pitti Uomo) e cura il layout finale della rivista come se fosse sua. 

Anche grazie a lui tutto si riassesta e rimaniamo sul mercato. 

Alp comprerebbe Pareti

La cosa è tanto evidente che Amighetti riceve una chiamata nientemeno che da Vivalda Editore. Alp vuol comprare Pareti. KABUM.

Immaginerei per chiuderla il giorno dopo e ripigliarsi le quote di mercato pubblicitario che gli stavamo togliendo.

La cosa invece sembra seria: c’è un primo incontro a Milano con il mitico Scaccabarozzi e poi vengo invitato a Torino presso la loro sede per un colloquio con il supermegaultracosmico direttore galattico. Tale Mario Dalmaviva. Ex dirigente di Lotta Continua e Potere Operaio; difficilmente ex alpinista, considerata la mole che suggerisce al massimo un amore per i buoni ristoranti di montagna.

E’ un giorno istruttivo e surreale allo stesso tempo, lo ricordo ancora con sottile piacere. Il comunistone mi conduce attraverso questo grande ambiente, in cui ogni nuova stanza si apre come un sipario teatrale; dietro ogni sipario, come direbbe un amico mio con poche dighe, c’è figa coi tacchi. Diciamo signorine che fanno fotocopie.

Sette, otto, nove, sembra uno scherzo. Dopo la visita a un immenso magazzino vengo portato nell’ufficio di Scacca, che da solo è grande come tutta la redazione attuale di Pareti.

Lì mi viene fatta la proposta editoriale: Pareti, una volta Vivalda, avrebbe dovuto abbandonare l’arrampicata sportiva per dedicarsi solo al grande alpinismo, che, dicono loro, è quello che il pubblico chiede e che avrebbe praticato sempre di più in futuro.

Quello è il momento, anche se mancano più di dieci anni all’evento, in cui capisco che LORO non ce l’avrebbero fatta. Non puoi sostenere che il futuro delle telecomunicazioni è il linguaggio Morse e sopravvivere. Insomma la cosa non va in porto; Piero (figurati) non è d’accordo sul prezzo. Io non lo sono su tutto il resto. 

Pian piano Pareti cresce, si assesta come cadenza bimestrale, come prezzo e come numero di pagine, sempre 100 a numero.

Sempre senza padroni, anche perchè, anno dopo anno, io mi guadagno finalmente tutte le mie quote che rappresentano tuttora la maggioranza della società. Piero tiene i conti e io, con collaboratori più vicini e con freelance sparsi per il mondo, faccio il giornale.

Mario Sertori, guida alpina, è uno dei più attivi ed efficaci, ma ricordo anche Jacopelli, Core, Oviglia, Larcher, Bosetti, Leichtfried, Sanguineti, Felderer, Leoncini, Bernasconi, Bagnara, la lista è lunga, impossibile citare tutti… La porta della rivista è sempre rimasta aperta. Abbiamo ricevuto tante critiche, a volte fondate, a volte zero. Ma non è mai saltato in mente a nessuno che Pareti prediliga i soliti quattro top climbers. Spazio per tutti, a patto che ci siano belle foto e belle idee da comunicare.

Collaborazoni sexy e denunce penali

A proposito di collaboratori sentite questa: uno di loro, all’epoca tra i più stretti (non è citato nell’elenco sopra, tranquilli raga), un giorno mi chiama sul cellulare e mi dice: “Per favore puoi chiamare mia moglie e dirle che mi state aspettando per la riunione in redazione?”

What? 

“Capisci, madonna, c’è questa che non riesco a staccarmela di dosso è una specie di serpente, si sta facendo tardi, ma mi fa morire”. Così adesso sapete che Pareti è stata, involontariamente, anche la copertura sexy per qualche famoso alpinista italiano. 

Ma la moglie non l’ho chiamata, sia chiaro.

In tanti anni di lavoro c’è stato chi non ha preso per niente bene quello che abbiamo scritto, dal trapanatore seriale di falesie innocenti Andrea Minetto a qualche alpinista forte e burlone, ma con la tendenza a spararle troppo grosse fino a qualche pezzo da ottantanove della politica italiana, che si è preso anche la briga, perdendo, di querelarmi. L’assegno di risarcimento era un circolare, impossibile capire l’intestatario del conto corrente di provenienza. Il dubbio che il risarcimento a Pareti l’abbia emesso lo stato, cioè noi, è ancora in piedi.

Mai fidarsi degli amici

La rivista, in questi 18 anni, è stata per me più che altro una grande passione. Ma se l’avessi guardata di più con gli occhi del lavoratore, dell’imprenditore, forse, avremmo potuto destinare un budget ancora migliore per gli articoli e per le foto.

Fare i conti non è il mio forte, ho sempre lasciato che altri li facessero al posto mio; e con Pareti è stata una minchiata. 

Il commercialista, anche lui scalatore, più o meno cinque anni fa, un bel giorno cambia l’impiegata che segue la rivista. La nuova tipa non conosce le procedure normali e invia a me le buste paga invece che a Piero, come sempre. Così, per la prima volta dal giorno in cui la SRL era stata creata, vedo l’assegno del buon Piero. 

Sticazzi. Una gran bella cifra per una media di quaranta minuti al giorno di lavoro. Un’ora dopo sono in banca a levargli la firma dal conto e lascio che siano gli sportellisti a gestire l’imbarazzo della prima volta in cui lui si recherà presso di loro per una operazione. Che anche i bancari, ogni tanto, passino qualche momento hard.

Così finisce malamente l’avventura di Piero Amighetti nel mondo dell’editoria outdoor. 

Se hai problemi di soldi… con gli amici ci parli, non li fotti.

Poi c’è stato l’omicidio – suicidio con la moglie, una storiaccia.

Sono passati un paio di anni, durante i quali ho lasciato che le litanie dei suoi estimatori riempissero tutti gli spazi delle cronache, ma con la santificazione anche basta.

Il futuro è veneto

La figura nuova che molti di voi hanno potuto apprezzare per telefono è invece quella di Paola Meneghetti, che oltre a riordinare l’ufficio abbonamenti ha saputo fare tanto sviluppo sulle librerie, i negozi e gli altri posti dove, oltre alle edicole, è possibile trovare la rivista. E’ con lei che Pareti entra in tripla cifra con un sorriso e la convinzione che ci sia ancora spazio per la cara vecchia carta, almeno fintanto che la passione nostra e la vostra coincideranno (e voi continuerete a perdonarci gli errori che ogni tanto ci scappano). Peace and climb. Andrea Gennari Daneri