Corno Miller – Un weekend allenante



2 UN WEEKEND ALLENANTE Andrea Gennari Daneri, Annalisa Caggiati in due giorni tra il 2015 e il 2016. Via essenzialmente trad con soste a fix attrezzate per le doppie. In tutto 8 fix di protezione lungo i tiri. Portare una serie completa di friends fino al n. 3 BD; doppie le misure piccole. L1:5b, L2:5c, L3:5c, L4:6a+, L5:5c, L6:4a, L7:6a, L8:6a+, L9:5c. E’ scalabile e scendibile con una singola corda da 70 metri.

Lo so che è un paragone ardito, ma per me l’Adamello è la Sierra italiana. Dopo tutte le pianure, le strade asfaltate possono solo grattare i fianchi delle pendici del massiccio e ti lasciano miserevolmente in basso rispetto a dove devi arrivare. Come nella Sierra americana. Scendi dalla macchina e sai che hai solo quattro amiche su cui contare: due gambe e due bacchette per scaricare un po’ il peso dello zaino. E il resto sono lunghi sentieri, torrenti rabbiosi e placche di granito purtroppo sdraiate, perché per trovare del granito in piedi devi camminare come in America. Soltanto lo Scoglio di Boazzo si sfila da questa regola, con il suo murone a funghi, e non per niente è mitragliato di vie da sinistra a destra. Il resto del massiccio, fino a poco più di dieci anni fa, era ancora (quasi) come mamma l’aveva fatto.

Un paradiso di granito da scoprire, per godere in pieno isolamento di un’atmosfera che si ritrova solo nelle valli remote del Masino, come il Cameraccio. Ma se in Val Masino parti da un parcheggio pieno di climbers e di boulderisti, qui in Adamello sei la mosca bianca in mezzo a una maggioranza di escursionisti, i più arditi dei quali sono qui per accedere al grande pack (l’altopiano ghiacciato) e alla cima principale. Si alzeranno alle quattro insieme a te al rifugio Gnutti, ma poi prenderanno un’altra strada e nel primo pomeriggio saranno già indietro per mettersi in coda sulla statale della Val Camonica. 

Tu invece a quell’ora, se va bene, starai ancora scendendo in doppia dalla parete e la pila frontale sarà tutt’altro che un optional, come al solito.

La valle di cui stiamo parlando è quella del Miller, che l’erosione dei ghiacci ha reso lunga quanto le parallele dell’Adamè e del Prudenzini, ma il copione è lo stesso dell’Adamè: botta iniziale di 600 metri lungo le famigerate (faticose) “Scale del Miller” e poi una lunga cavalcata su pendenze tranquille fino alle pendici delle pareti, per l’accesso alle quali un’altra bottarella da 300 metri ti terrà su con la vita. Se siete arrivati a leggere fin qui non siete dei climber monotiristi fighetti dalle gambe di giunco paralitico e quindi meritate tutta la nostra attenzione a spiegarvi la meraviglia di questo posto.

Noi, con la solita fotografia in mano stampata dal sito ATHT di cui riparleremo più avanti e due righe per capire come arrivare sotto alla parete, il posto lo abbiamo scoperto di notte, arrivando a Malga Premassone all’imbrunire. Colpa del lavoro: se travagli al venerdì fino a sera a che ora pretendi di essere operativo? Il tempo di mangiare (daddio e troppo) all’omonima malga, pagare per il parcheggio di tre giorni e partire alla luce delle frontali con il maggior carico mai sopportato in vita, comprensivo di tenda, cucina da campo e tutto il materiale per chiodare. Arrivare sotto alla parete, con tutti quei chili, la prima volta ci ha richiesto sei ore, contro alle tre dichiarate da ATHT. Un tempo neanche americano, diciamo himalayano. Con tappa per la notte in tutta prossimità del rifugio Gnutti che la mattina alle sei, di solito, è già quasi completamente vuoto. Infatti il “primo turno”, come lo chiamano i gestori, ha la sveglia alle quattro: la gente in gran silenzio si cala dallo stanzone del soppalco e scende per la colazione. Altrettanto silenziosamente accende le lampade e parte verso il ghiacciaio e la vetta dell’Adamello.

Perdendosi una parte dello spettacolo, perché il sentiero che porta verso le Torri del Miller, nostro obbiettivo scalatorio, è davvero bellissimo, costeggia due laghi e diventa antipatico, solo perché faticoso, nell’ultimo strappo di 300 metri di dislivello di cui dicevamo prima. 

Insomma la nostra prima visita era stata un po’ confusa, diciamo. La logistica completamente cannata. Arrivati (morti) sotto la parete quasi a mezzogiorno avevamo attaccato la nostra via nuova mentre l’unica cordata che abbiamo incontrato in assoluto era già al quarto tiro della Prigionieri del Sogno. Con cinque (bellissimi) tiri all’insegna del solito utilizzo rabbinico dei fix siamo arrivati in cengia, a pochi metri dalla S4 di Nazca. Corde doppie e un giuramento reciproco: “Ok, abbiamo aperto una onesta e logica variante, bella lì. Se ti dovessi mai chiedere di tornare… ricordami la vita da egiziani che abbiamo fatto e mandami a quel paese”.

2016, come volevasi dimostrare

Ovvio che l’anno successivo siamo ancora lì, coerenza degli appassionati, ma con logistica completamente diversa: staccare un’ora prima dal lavoro, arrivare al Gnutti in tempo per la cena, dormire quel che si riesce fino alla sveglia del turno degli adamellici delle quattro del mattino e farsi il resto della valle, fino al cosiddetto Pantano del Miller, alla luce delle frontali. Tutto molto più ragionevole, anche perchè non si prevede di mettere più di dieci nuovi fix sulla via e la ferraglia, in questo modo, pesa ragionevolmente poco. Albeggia sugli ultimi trecento metri di pura fatica dello spallone dove una famiglia di stambecchi non fa una piega al nostro passaggio, si sposta pigramente un po’ più in là probabilmente commentando qualcosa sulla stupidità dei bipedi. In questo modo il tempo di avvicinamento complessivo dall’auto alla base della parete si è avvicinato un po’ di più alle tre ore dichiarate dalla guida, ma senza raggiungerlo. Farlo in meno di tre ore è da Kenyani. L’impressione è che i relatori, eccellenti camminatori, minimizzino un po’ per non scoraggiare i pochi pretendenti a questo alpinismo di “scoperta nostrana”.

Comunque tre cose, anche al secondo giro di giostra, non abbiamo calcolato ancora bene. La prima è il freddo: alle 9 del mattino alla base delle Torri in Luglio fa un gelo babbione, arrivi a quest’ora solo se devi aprire; se devi solo ripetere sei un pirla.

Quindi noi eravamo congelati ma giustificati.

La seconda è che il nevaio basale è ancora duro come il cemento e la crepaccia strapiomba ed è staccata di due metri dal granito basale; senza picche e ramponi è una prenotazione all’ospedale. In questo caso, e lo dico anche per chi verrà a ripetere, è meglio partire completamente a destra dove la neve finisce e impiegare un tiro a traversare verso la base della via che volete salire piazzando un friend qua e là. Noi abbiamo fatto ciò fino all’attacco dei Segreti di Naica, che è la terza cosa che non avevamo calcolato granchè bene. Sbucando sulla cengia mediana a pochi metri dalla nostra, scalare la via di Tomasoni poteva essere un sistema di guadagnare tempo provando anche qualche tiro nuovo.

Cinquea, cinquebi, cinqueci, una passeggiata peraltro chiodata abbastanza bene. Le idee che ti fai leggendo le relazioni. Invece sticazzi, almeno con le mani e i piedi ghiacciati. Conosco uno stadio di gente con il limite sul 5c che manderebbe Gianni all’ospedale con le malattie più torbide ed estinte, dopo aver provato le prime quattro lunghezze di Naica. Che sono splendide, tutte tirate di quaranta metri abbondanti, ma che proprio cinquebi non sono.

Arrivati alla cengia, con Annalisa abbiamo scherzato sulle sue dimensioni; ci ricordavamo un piazzale su cui si ipotizzava di bivaccare comodi in alternativa al rifugio. Grande mossa dormire al Gnutti. La seconda parte della nostra via è filata via molto liscia, lungo una serie di diedri e fessure che, se la parete fosse più vicina all’habitat dell’uomo, sarebbe stata aperta già negli anni venti.  Splendido che nel 2000 restino ancora linee così naturali e pulite da aprire all’interno dei confini nazionali! L’Adamello, a patto di camminare come nella Sierra americana, si conferma un terreno di gioco enorme per chi cerca roccia vergine a prova di bomba.

Dicevamo di ATHT, ovvero “Adamello the human touch”. Trattasi di un sito internet con una grafica Commodore primi anni ‘90, un tuffo nel passato del web, ma che ancora una volta evidenza come la sostanza sia quello che conta. Perchè è la fonte massima delle info disponibili sulla roccia dell’Adamello e della Presanella. C’è un elenco molto semplificato e diviso per valli, con tre sottoinsiemi: Falesie (pochissime) – Vie classiche – Vie Moderne. Cliccandoci sopra si aprono pagine di qualità molto variabile a seconda di chi ha confezionato il pdf della parete. Quando le relazioni sono a cura dello stesso curatore dell’intero sito, Paolo Amadio, sono in genere pdf molto accurati e a prova di incauto. Altre volte sono relazioni sommarie che vanno un po’ interpretate e prese con le pinze.

Il contenuto di ATHT è ripreso quasi integralmente sull’unica pubblicazione abbastanza aggiornata sulle possibilità arrampicatorie della zona, cioè “Adamello, le vie del cielo”, edito da Alpine Studio, i cui autori sono lo stesso Amadio insieme ad Angelo Davorio. Se non si bada ai gradi assegnati nei quali c’è veramente un casino pazzesco il libro è certamente utile e ne consigliamo l’acquisto.

Le altre possibilità

Noi ci siamo concentrati sulle Torri del Miler, che a nostro parere sono la miglior possibilità della zona, al momento, di gustare una 53  grande esperienza verticale, moderna e splendidamente ambientata, con un numero di tiri per via che giustifichino lo sbattimento dell’arrivare fin qui ma che non sfocino nell’odissea arrampicatoria. 

Ma si può venire in Val Miller con corda e scarpette anche per altre mete, la prima delle quali può essere la bassa costiera che sovrasta il pantano del Miller, cioè il pianoro che anticipa gli ultimi 300 metri di avvicinamento alle Torri. 

Si tratta di uno scudo alto circa 120 metri, su cui sono state tracciate dal gruppo Amadio e dal grande esploratore adamellico Damioli quattro vie principalmente di placca su tonalite di qualità spaziale. Tre ore abbondanti di avvicinamento per tre tiri di via forse sono un po’ troppe, ma non è detto che al Gnutti, dove si dorme poco ma bene e si mangia molto e molto bene, si debba passare solo per una fuga del weekend. Nell’ottica di passare più tempo sul posto, infatti, le possibilità si ampliano ulteriormente, con due falesie di aderenza a pochi minuti dal rifugio e una falesia di qualità secondo noi pazzesca, proprio sopra il lago superiore (vedi foto a fianco), che attende i trapani per poter diventare un must granitico delle Alpi.  Insomma: per chi ha voglia ancora di mettere le gambe in spalla e cercare qualcosa dove si è probabilmente gli unici a scalare nel raggio di chilometri, come sulla Sierra americana… la Val Miller fa per voi, è un must italiano che non va mancato assolutamente!